L’idea è quella di piantare questa miracolosa quanto ecologica soluzione non solo intorno a Fukushima n°1, ma anche a oltre 30km di distanza, di modo che possa diventare anche un simbolo della rinascita del paese. Vanno risolte però alcune perplessità che permangono, come ad esempio lo smaltimento dei fiori una volta contaminati. Questo perché anche se la cura “girasole” ha effetto sul suolo, la carica nucleare rimane attiva e deve essere trattata di conseguenza. Cauto lo stesso Yamashita, che ritiene però una soluzione possibile l’impiego di alcuni specifici batteri (batteri aerobici ipertermofili, gli stessi impiegati per la realizzazione del compost) per ridurre la dimensione della massa floreale da smaltire. Si parla di una riduzione pari al 99%, con l’1% finale da smaltire alla stregua di vere e proprie scorie nucleari:
Stiamo ancora pianificando le strutture di decomposizione e altri dettagli. La semina, in programma per il prossimo autunno, speriamo possa coinvolgere il maggior numero di persone possibileAl momento sono stati raccolti circa 300 kg di semi di girasole da destinare al progetto: una soluzione che, se si dimostrerà efficace, potrà dare una nuova speranza al Giappone. Un’iniziativa a cui auguriamo i migliori risultati possibili, ma che non deve farci in alcun modo abbassare la guardia nei confronti di una tecnologia che resta a tutti gli effetti rischiosa.
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