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martedì 25 settembre 2018

MA PERCHE' I GIAPPONESI PORTANO LA MASCHERINA?




Sin dai primi viaggi, siamo sempre stati circondati da giapponesi che indossavano sul viso una mascherina. Col passare del tempo, quella che sembrava una moda, in realtà si è rilevata una consuetudine. Un primo pensiero ci ha sempre fatto credere che l'utilizzo della mascherina servisse per proteggersi dallo smog cittadino, ma quando ci siamo recati in montagna o in paesini in campagna lontano, dal traffico della metropoli, la mascherina era ancora presente. Moda?


No, non è una moda, e non è nemmeno una paura di prendere qualche malattia contagiosa, anche se per i giapponesi il rispetto della collettività è importantissimo. Le mascherine non sono una moda in quanto ad indossarle sono persone di ogni età; dai bambini agli anziani.



La risposta più ovvia è a volte quella meno facile da immaginare.
Sia che sia di colore bianco o dipinta con le mode del momento (personaggi dei manga) la sua funzione è strettamente legata al rispetto. Il rispetto di tutelare gli altri quando si è malati. Sarebbe altamente considerato disdicevole attaccare malattie o microbi alle altre persone. Anche se la mascherina, in reltà non è sufficiente, è lo stumento per ottemperare a questo "dovere" cittadino.
Quindi non stupiamoci se sono tante le persone che la indossano, non c'e' nessuna epidemia in atto ma probabilmente solo un semplice raffreddore.
Magari potremmo lanciare in Italia questa "moda", almeno sui mezzi pubblici non prenderemmo gli starnuti altrui in faccia!



mercoledì 19 settembre 2018

HEIAN JINGU e LE MEMORIE di una GEISHA




Camminando per le vie della zona nord-est della città di Kyoto, quasi dal nulla spunta un enorme torii rosso. 
Una porta in legno nel bel mezzo della strada. Impossibile non vederla. Di fronte ad essa sorge il santuario Heian Jingu. Forse non è conosciutissimo tra i turisti ma se vi dicessimo che qui hanno girato la famosa scena del film “memorie di una geisha” vi ricordereste tutti della passeggiata sul ponticello con i sakura in fiore, dove Sayuki incontra il suo amato presidente pronto finalmente a condividere il resto dei giorni con lei.

Appena entrati ci colpisce la maestosità e la grandezza del luogo. Una miriade di sassi bianchi illumina tutta l’aria, quasi fai fatica a tenere gli occhi aperti. Sui 4 lati le strutture rosse e bianche buddiste fanno da corona a questo mare bianco di 33 mila metri quadri. Gli alberi di pino (matsu) ombreggiano solo i lati vicino all’ingresso. Una bellissima zona relax (e fumatori) dove poter ammirare la struttura intera. Si percepisce che qui c’e’ tanta storia. 


Anche noi prendiamo un bigliettino della fortuna e lo appendiamo alle strutture tra i tanti presenti. Un pensiero in più in questo immenso luccichio di fogliettini annodati. Si intravedono le colline adiacenti Kyoto, quelle che si illuminano di fuoco durante l’obon in agosto. Uno spettacolo nello spettacolo.
Importantissimo per gli abitanti in quanto ricorda i due grandi imperatori a cui è dedicato e anche per il fatto che incarna l’orgoglio dei giapponesi. Gli imperatori costituiscono, come tali, delle entità particolarmente riverite dell’immaginario popolare. Considerati come degli "dei" viventi fino a prima della Seconda Guerra mondiale, essi conservano spesso un ruolo anche dopo la morte. Così, anche l’Heian-jingu fu eretto in onore di un periodo particolarmente ricco della Storia giapponese, l’era Heian (794-1185), e del suo fondatore, il cinquantesimo imperatore del Giappone, Kammu (737-806).

L’inaugurazione ebbe luogo il 15 marzo 1895 in occasione del 1100° anniversario dalla fondazione di Kyoto. Il santuario Shinto riprende l’architettura del Chodo-in, la sala d’udienza del primo palazzo imperiale della città, sulle cui fondamenta si erge attualmente il centro di Kyoto. Il suo torii, portale rosso che indica l’ingresso nello spazio sacro, figura tra i più grandi del Giappone.

Nel 1940, gli abitanti di Kyoto decisero di erigere qui il luogo di venerazione dell’ultimo imperatore ad aver risieduto a Kyoto, Komei (1831-1867), che venne ad aggiungersi all’imperatore Kammu come divinità del santuario. Ogni anno, il 22 ottobre i giapponesi vengono da tutto il Paese per celebrare la loro Storia e queste due figure fondatrici della loro nazione, partecipando al Jidai Matsuri, il festival storico di Kyoto.
Tuttavia, del santuario si visita molto facilmente anche la restante parte dell’anno e seduce per la maestosità dei suoi edifici rossi e bianchi, e per il suo giardino. Quest'ultimo, tipico dell’era Meiji (1868-1912), ospita delle specie molto rare di tartarughe, ed è possibile nutrirle grazie ai venditori ambulanti d’alimenti specializzati, presenti attorno agli stagni. 

E’ proprio il giardino che ti lascia incantati. Lo scopri piano piano dopo un percorso tra i boschi e passaggi su ponticelli dove solo il rumore dell’acqua e delle cicale d’estate, echeggiano nell’aria. Il ponte di legno sembra sospeso nel lago. Qui ci piace sedersi e godere dell’aria ammirando tutto il paesaggio circostante a 360°.

Se siamo fortunati possiamo vedere uno dei tanti volatili, come ad esempio il martin, noto anche con il nome di “gioiello volante” per il suo meraviglioso colore blu lapislazzuli, il falcone, l’airone e la civetta che frequentano il santuario. Oggi, forse per il caldo, solo una gru ci ha deliziato del suo saluto. Carpe e tartarughe invece abbondano...e sono affamatissime!
Lasciamo Heian Jingu con uno spirito diverso. Consapevoli che non siamo noi il centro dell’universo ma che ne siamo sicuramente parte e, come tutti, abbiamo il nostro ruolo, piccolo ma importante.










Orario di apertura: 


state, 8:30 – 17:30;

1 marzo – 14 marzo, 1 settembre – 31 ottobre, 8:30 – 17:00;

1 novembre – 28 febbraio, 8:30 – 16:30.


Prezzo:

Biglietto intero per adulti: ¥600

Biglietto ridotto per ragazzi: ¥300



martedì 4 settembre 2018

ARASHIYAMA E IL TRENO DELL’AMORE…





SAGANO ROMANTIC TRAIN



Ci alziamo presto, come ogni volta che ci allontaniamo dalla nostra base di Kyoto, e per raggiungere Arashiyama prendiamo, una sorta di tram della linea san-in che percorre, quasi in incognito, le vie meno conosciute della città fino a, dopo circa 20 minuti, sbucare nel verde che circonda la stazione di Saga-Arashiyama. Situata a ovest della città, vicinissima a Kyoto, è un ottima meta per scoprire nuove bellezze.
Qui oltre a stupendi templi, è possibile trascorrere un momento di relax a bordo del “treno romantico di Sagano”. Trattasi di un treno turistico composto da una locomotiva e cinque vagoni che fanno servizio tra la stazione di Sagano e la stazione di Kameoka, coprendo una distanza di 7,3 km in circa 25 minuti e passando attraversando otto gallerie. 



E’ un viaggio percorribile in qualsiasi periodo dell’anno. In primavera si può vedere la fioritura dei ciliegi, mentre in estate il paesaggio è verde e si sentono i cori delle cicale e il mormorio dei ruscelli. In autunno le foglie degli aceri diventano rosse, e in inverno tutto è coperto di neve. Un viaggio sul treno romantico di Sagano è ideale per ammirare i cambiamenti di stagione.


Avendo avuto la fortuna di visitare tutte le stagioni, vi suggeriamo la primavera e l’autunno veramente ricchi di colori e atmosfere. Giunti a Saga, percorriamo a piedi 5 minuti di strada per raggiungere la stazione di Torokko Saga. Qui prendiamo i biglietti (600 yen/5 euro circa) e aspettiamo fiduciosi l’arrivo del treno.

Mancano quasi 10 minuti e la folla comincia ad accalcarsi verso l’ingresso. Sono giapponesi e sono sempre in fila ordinata, gli stranieri invece, come immaginabile si piazzano un pò ovunque guardando di qua e di là in cerca di cartelli chiarificatori fino a quando il capostazione annuncia di prepararsi per accedere alla piattaforma e tutti capiscono da che lato stare. 

Non occorre correre, tanto i posti sono numerati. Quest’anno piove e per qualche minuto abbiamo dovuto sostare in un pezzo non coperto, ma nessun problema. Arriva il treno: è rosso, giallo e arancione ed emette un fischio fortissimo. Lasciamo scendere chi ha già goduto del viaggio e ci accomodiamo sui sedili in legno stile vecchi treni. I vagoni sono tutti al coperto, ma alcuni sono aperti senza finestrini. In questo modo si riescono a fare delle foto migliori, anche se un pò bagnate…

La corsa parte e dalle pareti aperte entra una frescura da brividi tanto da mettere il giubbino, ma il treno procede molto lentamente, alla velocità di circa 25 km/h e quindi risulta sopportabile.
Le vedute sono fantastiche. Le imbarcazioni che attraversano il fiume Hozu sottostante ci salutano a colpi di remi. Le persone che attraversano le colline nei percorsi a piedi si fermano per agitare la manina al nostro passaggio. Via! sotto una galleria, uh che paura!, poi un ponte sospeso sul fiume, poi un’altra galleria e via così con un susseguirsi di colori primaverili con i sakura in fiore. Non ci resta che scattare freneticamente le nostre istantanee che rimarranno nell’album dei ricordi.
Capisco perché verso sera, alle coppiette piace prendere questo treno. Le ragazze, all’ingresso della galleria si stringono forte al loro amato; i ragazzi, invece orgogliosi pavoneggiano la loro arte di fotografi rischiando di far cadere il telefono o la macchina fotografica. E’ un tragitto tranquillo e silenzioso. Solo il rumore del treno si riflette sulle colline e riecheggia indisturbato. Il passare dei colori e delle stagioni ci fa capire come il treno della vita vada avanti, ogni anno pronto a regalarci nuove sorprese…
Arrivati a Kameoka, scendiamo e aspettiamo il treno del ritorno, che è lo stesso, ma per via della riassegnazione dei posti, devi scendere e poi risalire...pragmatismo giapponese. Per chi invece vuole continuare l’avventura, dalla stazione di Kameoka parte un bus che in 5 minuti raggiunge Hazugawa river. Qui potete prendere una bella barchetta e sfidare le rapide del fiume...ma di questa esperienza ne parliamo in un altro articolo…
Torniamo ad Arashiyama dove il centro è pieno di negozi di souvenir e abbonda di luoghi dove fare spuntini o pranzare. Quest’anno abbiamo provato Yoshimura. È’ un ristorante di soba, tagliolini di grano saraceno in brodo. Si trova lungo il fiume (a destra guardando il ponte, venendo dalla stazione) e qui si viene soprattutto per un motivo: il panorama impagabile sul fiume e le montagne che si gode dal primo piano. 

Questo è un locale forse un po’ turistico che serve soba, udon e tempura. Ma fossero tutti così, i locali turistici! Se c’è posto e hai fortuna potrai avere i posti con vista direttamente sul fiume. Cibo eccellente e vista davvero impagabile. 
Come se non bastasse, spenderete davvero poco, specie se scegliete uno dei menu….







COME ARRIVARE. Per raggiungere questo distretto avete diverse opzioni


Con la Japan Railways (JR)

L’accesso più rapido [gratuito se avete il JPR] dalla Kyoto Station è prendere un treno della Sagano Line (anche conosciuta come Sanin Line). Il viaggio fino a Saga-Arashiyama dura solo 15 minuti e costa 230 yen. I treni della JR non arrivano proprio ad Arashiyama ma appunto alla vicina stazione di Saga-Arashiyama, distante circa 5 minuti a piedi.

Con la Keifuku Railways (Randen)

I piccoli treni della Keifuku Arashiyama Line connettono Arashiyama con la stazione Omiya che si trova nell’intersezione tra Shijo Street e Omiya Street [in centro a Kyoto]. Il viaggio dura 20 minuti e costa 200 yen. Inoltre questa linea connette Arashiyama anche dalla stazione Kitanohakubaicho, che si trova nei pressi del Kinkakuji e Ryoanji (il viaggio dura 20 minuti e costa 200 yen). Questi treni portano proprio nel centro di Arashiyama.

Con la Hankyu Railways

Da Kawaramachi o dalla Karasuma Station in centro a Kyoto(Shijo Street), prendete la Hankyu Main Line fino alla Katsura Station e qui prendete la Hankyu Arashiyama Line per Arashiyama. Il viaggio costa 220 yen e dura 20 minuti. Arriverete alla stazione Hankyu Arashiyama che si trova dalla parte opposta del fiume rispetto alle altre, a circa 5-10 minuti a piedi dal centro.

Con il bus

Arashiyama è connessa dai bus con numerose parti di Kyoto, tuttavia è consigliabile prendere il treno perchè impiega meno tempo e perchè c’è il serio rischio di rimanere imbottigliati nel traffico.


GIORNO DI CHIUSURA: mercoledì




martedì 28 agosto 2018

E’ ORA DELLO SHODO: SCOPRI L’ARTISTA CHE C’E’ IN TE!




Quando ero alle elementari, si diceva di mettere il tema in bella scrittura. Ciò significava non solo scrivere a mano su un foglio pulito, ma inserire le lettere in modo grafico e bello.

Io ho sempre scritto in stampatello e continuo attualmente a farlo anche se il digitare un testo al computer ci ha tolto gran parte del lavoro. Ora i caratteri belli li possiamo selezionare facilmente tra i fonts disponibili e scrivere è diventato quasi un gesto meccanico.

In Giappone, possiamo dire che lo shodō rappresenti un pò la bella ed elegante calligrafia, ovvero la via della scrittura (sho= scrittura, do= via). Una via che non consiste solo nello scrivere graziosamente ma rappresenta una vera e propria forma artistica. Il concetto di “DO”, nel corso del tempo è diventato la parola per descrivere un’attività artistica che permette, con costanza e impegno, di giungere ad un perfezionamento della tecnica, ma soprattutto ad una crescita interiore personale.

Questo elemento lo ritroviamo in tante forme artistiche giapponesi dove la locuzione “DO” sottolinea proprio il percorso che offre la possibilità di crescere sia esteriormente (nell’esatta esecuzione) che interiormente. Si pensi allo “ju-do”, al “ken-do” o allo “cha-do” la cerimonia del tè; tutte arti che prevedono un percorso mentale riflettivo per raggiungere la pace e l’armonia.

Così come i kanji arrivano dalla Cina, probabilmente lo sono anche lo shodo e tutti gli strumenti necessari. Ma in Giappone, come per le altre arti la personalizzazione e la standardizzazione ne trasformano lo spirito. La canonizzazione prevede tre tipi di scrittura:


il KAISHO= scrittura regolare degli ideogrammi inseriti in quadrati ideali, di uso quotidiano.

il GYOSHO= una sorta di semicorsivo che nasce dall’idea di semplificare il Kaisho e risulta una scrittura più veloce ed immediata

il SOSHO= (chiamato oggi Jincao) un corsivo con un ulteriore semplificazione e rapidità di scrittura quasi a liberare l’esasperazione nel tracciato dei caratteri

Ovviamente prima di cimentarsi negli ultimi due, bisogna saper scrivere con il metodo KANA (normale) e il Kaisho.

E' una disciplina artistica e morale che richiede un lungo apprendistato e un continuo esercizio. Basata sulla padronanza del tratto, l'immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa sul pennello dove non si accettano ritocchi o correzioni.

Tra gli oggetti necessari per intraprendere questo cammino ci sono sicuramente i pennelli, di diverse dimensioni e materiali, la cui impugnatura deve essere circa ¾ con una presa energica ma leggera allo stesso tempo. 

Niente a che vedere con la matita o la penna, il pennello va tenuto verticalmente in modo da avere piena libertà di movimento del braccio. 




L’inchiostro può essere solido, da grattugiare, per i più entusiasti, oppure liquido già pronto in comodi flaconcini. Va posizionato in un contenitore apposito, generalmente in pietra o plastica, dove lo si mescola con il pennello. Se solido viene diluito con l’acqua e anche qui l’esperienza ci aiuterà a trovare il giusto equilibrio per l’effetto desiderato.





La carta su cui scrivere è fondamentale. I comuni fogli di carta bianca, da fotocopia, per intenderci, non sono idonei. Occorre una carta (kami) che assorba più o meno i liquidi, e in funzione del tipo di carta washi scelto si ottengono effetti differenti di sfumature, qualità e consistenza.





Tradizionalmente la washi è formata da fibre di diversi alberi, da canapa o da riso. Generalmente molto costosa viene realizzata anche con legno di importazione.







Oltre alla carta semplice è possibile dipingere su supporti rigidi chiamati shikishi, cartoncini bianchi o decorati e tanzaku rettangolari. Questi oggetti sono poi posizionabili sui kakejiku (rotoli pieghevoli) neutri costruiti con l’invito per incastrarli, oppure in cartellette espositive decorate con seta.







Ci sono poi una serie di “attrezzi” che aiutano l’artista durante la composizione. Per esempio i pesi, simili a dei righelli in ferro, sasso o altro materiale, servono ad impedire al foglio di muoversi durante l’esercizio di scrittura. Oggetti primitivi che col tempo sono diventati ornamentali e ricchi di decori. Senza pensare ai kit scolastici inclusi in comode valigette che contengono tutto il necessario per chi è alle primi armi. 





Una volta presa dimestichezza con gli utensili, vi consigliamo di fare tante, tante, ma tante prove, magari su fogli di giornale in modo da riservare la preziosa carta per qualcosa di definitivo. Di seguito alcuni consigli da considerare mentre ci si accinge a questa disciplina. Ogni tratto si divide in tre momenti: “l’ingresso” ovvero l’atto in cui il pennello intinto entra in contatto con la carta, “lo svolgimento” composto da uno o più movimenti in funzione della grafia del kanji da realizzare, e “l’uscita” ovvero lo stacco del pennello. 

Mentre osserviamo un maestro di calligrafia al tempio del grande Daubutsu di Nara, si ha l’impressione che ogni tratto abbia un preciso ordine composito e che venga indagato appieno dal calligrafo. Nulla anche se sembra naturale, è fatto a caso.  

Il maestro prende il pennello in mano, medita qualche secondo ad occhi chiusi e parte con una leggerezza di movimenti che contrastano con l’effetto della scritta, e termina quasi con un sospiro depositando il pennello nell’apposito porta pennelli in porcellana. Si coglie come l’espressione artistica non sia solo quella di dipingere una scritta su di un foglio, ma quella di creare una connessione tra la rappresentazione dell’idea materiale che tutti vedono affascinati, e l’energia che vi viene impressa dal calligrafo. Lo shodo è un’arte espressione di se, non è un copiare un esercizio in bella calligrafia, ma ognuno esprime se stesso. L’importante è che l’energia interiore venga trasmessa all’oggetto fisico rappresentato dalla scritta.



Chi si cimenta in questa disciplina deve, secondo lo spirito Zen, aiutare le persone a raggiungere una migliore sintonia con la parte più profonda del loro essere. Tanto più' questa sintonia viene realizzata, tanto maggiore è la felicità' personale. Per conseguire questo risultato bisogna cercare di eliminare il proprio ego ed esercitarsi molto.

Un'arte antica, diversa da qualsiasi altro lavoro creativo. La differenza sta nel fatto che si focalizza su semplicità', bellezza e, soprattutto, sulla connessione mente-corpo.

Durante la scrittura il corpo deve essere il più libero possibile e deve partecipare interamente all’esecuzione; a tale scopo la posizione che si assume è molto importante.


Nella posizione seduta di scrittura, il foglio, posto di fronte al calligrafo, deve trovarsi alla giusta altezza (poco al di sotto dell’ombelico) per evitare di dover sollevare eccessivamente il braccio che non deve appoggiare sul piano di scrittura. Il busto deve stare eretto, ma non essere rigido, per favorire una regolare respirazione.

Quando si eseguono calligrafie su fogli di piccole o medie dimensioni in genere si lavora al tavolo, seduti per terra (in “seiza” o a gambe incrociate), su una sedia, oppure stando in piedi.

Le calligrafie di grandi dimensioni vengono generalmente eseguite stando in piedi con il foglio posato su un tavolo o sul pavimento; è soprattutto in queste occasioni che interviene un’intera partecipazione del corpo nel gesto esecutivo.


L’arte di maneggiare il pennello è uno dei segreti della calligrafia; costituisce il sapere che si eredita dai propri maestri e verrà tramandato agli allievi. Non si tratta però di una conoscenza intellettuale, ma di una pratica costituita da un insieme di gesti e movimenti precisi.

Il primo esercizio con cui si confronta un principiante è la copiatura. Questa fase iniziale è fondamentale e serve a:
  • apprendere la tecnica,
  • prendere coscienza delle proprie caratteristiche,
  • entrare nel ritmo esecutivo del modello, coglierne lo spirito per riprodurlo senza perdersi nell’imitazione.

L’esercizio di copiatura ( rinsho) si differenzia in livelli progressivi:
  • (keirin) copia esatta di tratti, spazi, proporzioni, ritmi, ecc;
  • (hairin) copia a memoria, cercando di rispettare la forma esteriore e lo stile del modello;
  • (irin) copia finalizzata a rispettare le caratteristiche stilistiche di un modello piuttosto che la sua forma esteriore. 
  • All’esercizio di copiatura rinsho fa seguito uno stadio più avanzato e complesso che consiste nel: 
  • (hōsho), l’ applicazione di uno stile con caratteri diversi da quelli del modello.

Il filosofo giapponese Nishida Kitaro (1870-1945) riteneva che la vera creativita' non e' il prodotto della coscienza, ma piuttosto il "fenomeno della vita stessa". La vera creazione, deve risultare da una mu-shin, lo stato di "non mente", in cui non contano il pensiero, le emozioni, e le aspettative. La vera abilità' nella calligrafia Zen non e' il prodotto di una pratica intensa, ma si ottiene con lo stato della "non-mente", un elevato livello di spiritualità', e un cuore libero da disturbi. 
Ci si deve concentrare intensamente e immedesimarsi con il significato dei caratteri che si creano. A tal fine, si deve liberare la mente e il cuore da ogni distrazione e concentrarsi solo sul significato del carattere. 
Diventare una cosa sola con quello che si crea, questa in sostanza, e' la filosofia della calligrafia Zen.


giovedì 23 agosto 2018

NON DI SOLO SUSHI VIVE IL GIAPPONE!




Alla scoperta del cibo nipponico


Ormai, quasi in tutto il mondo tutti conoscono il sushi e qualche piatto giapponese. 
Quindi, una volta arrivati in Giappone si pensa di aver già sperimentato questa cucina e al di là del pesce crudo, si ha la sbagliata convinzione di conoscere già cosa si troverà in tavola. 


Questa era un pò anche la nostra idea (più di 20 anni fa), che da modaioli milanesi, avevamo già sperimentato i ristoranti nipponici migliori della città. Ma in Giappone, abbiamo scoperto che è tutta un’altra storia….

Si certo il sushi c’è, ed è di ottima qualità un pò ovunque, ma non è nè il piatto principale, nè l’unica delizia. A dire il vero anche in famiglia, è un piatto che si consuma piuttosto raramente, magari nel nel week end quando si è a casa oppure fuori a cena. La freschezza e la qualità sono fondamentali e un “tagliatore” di pesce si giocherebbe la faccia se offrisse un prodotto non adeguato. 
Di conseguenza, nessuno frequenterebbe più il suo ristorante. 
Innanzitutto precisiamo che per “sushi” si intende una fettina di pesce adagiata su un mucchietto di riso, mentre il semplice pesce crudo si identifica come “sashimi”. Difficilmente in Giappone potrete ordinare un piatto dicendo solo sushi o sashimi. E questo perché ogni piatto ha un nome specifico. E’ come se in italia ordinassimo una pasta senza specificare come….

Se volete un sushi misto, dovrete dire o indicare l’immagine nel menu di un “sushi moriawase”, letteralmente “variegato”. Tenete presente che nei locali più famosi e più cari, difficilmente lo troverete in menu. Dovrete optare per una tipologia di sushi o sashimi alla volta, e vedrete, che oltre al piacere di gustarlo con la bocca, lo gusterete prima con gli occhi, per via dell’esposizione e dell’impiattamento davvero fantastici.

Tra i nostri preferiti c'è’ sicuramente il sashimi di seppia. Ci piace anche ordinarlo spolverando il nostro fantastico giapponese: 
“Sumimasen, ika no sashimi o'kudasai, futatsu!” ovvero due porzioni di sashimi di seppia, per favore! Ha un sapore unico, ed essendo difficile trovarlo fresco in Italia, dobbiamo attendere il viaggio annuale in Giappone per gustarcelo.

Si presenta spesso tagliato fine a striscioline, è di un bianco vivace, un po ciccoso ma una volta masticato emana un sapore tutto suo, ineguagliabile. Può essere condito con limone oppure affumicato tramite fiamma direttamente nel piatto.




Tornando alla cucina nipponica, ci sono altri due piatti che spesso le persone confondono: lo “shabu shabu” e il “sukiyaki” . Entrambi vengono preparati al tavolo e vengono chiamati i piatti dell’amicizia per il fatto che i commensali mettono in ammollo gli ingredienti personalmente e tutti pescano dalla stessa pentola. Quindi si crea una sorta di intimità.




Lo shabu-shabu è un piatto giapponese a base di carne di manzo tagliata a fettine sottili e bollita in acqua, il sukiyaki in una salsa particolare.  Carino per l’idea che il nome deriva in realtà dal suono emesso quando gli ingredienti vengono mescolati all’interno della pentola di cottura, questo piatto è entrato a far parte della tradizione gastronomica giapponese solo nel XX secolo, di pari passo l’apertura del ristorante Suehiro a Osaka, che ne registrò il marchio nel 1955. Nonostante la versione classica preveda l’utilizzo della carne di manzo, alcune versioni utilizzano carne di maiale, granchio, pollo, anatra o aragosta. Di solito viene servito con tofu e verdure, tra cui il cavolo cinese, alghe, cipolle, carote e funghi. Il piatto viene preparato immergendo la fettina di carne e le verdure in una pentola di acqua bollente o di dashi (brodo) e, dopo la cottura, esse vengono servite inzuppate in salsa di semi di sesamo e accompagnate da una ciotola di riso bianco cotto al vapore. Una volta che carne e verdure sono state mangiate, gli avanzi vengono solitamente mischiati al riso rimasto in una sorta di zuppa, che viene consumata per ultima.

Il Sukiyaki è un piatto giapponese a base di carne (di solito manzo a fette sottili), che viene fatta cuocere lentamente, insieme a verdure e ad altri ingredienti, in una pentola poco profonda, in una miscela di salsa di soia , zucchero e mirin (una sorta di liquore ottenuto dal riso, simile al sake). Prima di essere mangiati, gli ingredienti vengono immersi in una piccola ciotola contenente uova sbattute. Generalmente il sukiyaki è un tipico piatto invernale, di solito consumato in occasione delle feste di fine anno.
A seconda della zona, esistono modalità diverse di preparazione: a Tokyo, per esempio, gli ingredienti sono cotti in umido in una miscela di salsa di soia , zucchero, sake e mirin, mentre ad Osaka , la carne viene prima cotta alla griglia. Nella parte orientale del Giappone gli ingredienti del sugo di cottura vengono mescolati in precedenza (stile Kanto), mentre nella parte occidentale, questa speciale salsa viene mescolata al momento del consumo (stile Kansai).



Un altro tipico piatto è la Tempura. Nata in Spagna e importata in Giappone durante la colonizzazione cristiana, è diventato un piatto tradizionale. Attenzione alla pastella, è questa a fare la differenza. 
Avrete sicuramente provato questo fritto anche in Italia, ma ricordatevi che in Giappone la pastella è molto sottile e delicata, quasi non unta e non assorbe l’olio. Oltre ai gamberi si friggono tante verdure, tra cui i matsutake, i funghi più gustosi in Giappone. La presentazione è sempre essenziale, quasi sembra un’isola incantata come se la lava del vulcano fritto costruito con i gamberi avesse colato su tutta l’isola. La croccantezza ci regala il classico scoppiettare in bocca che poi sprigiona uno ad uno i sapori dei singoli ingredienti. Assolutamente da provare!

Esiste poi una cucina particolare chiamata “Kaiseki Ryori” che è considerata la più raffinata prelibatezza culinaria del Giappone.
I piatti sono composti principalmente di verdure e pesce, alghe e funghi, variabili a seconda della stagione, e hanno un sapore particolarmente delicato. Spesso negli hotel tradizionali, ryokan, si serve questa serie di portate direttamente in camera, dove il profumo del tatami si confonde con i sapori delle portate.

Si tratta di una cena (prevalentemente) composta da tantissime portate di piccolo taglio, iniziando dalle verdure tsukemono di antipasto, al sushi, al sashimi, al piatto di carne, un piccolo fritto, il dolce e per finire il riso, rigorosamente bianco. La cena si accompagna con sakè o birra giapponese. Con il dolce invece si può integrare con un liquore di patate (shochu) o vino di prugna (umeshu)....fidatevi: una bontà!

In una cucina che ama la grigia, non potevano mancare gli spiedini: yakitori. Anche questo è un piatto conosciuto all’estero, e in un modo o nell’altro anche altre culture fanno uno spiedo casalingo. 
Quello giapponese prevede la cottura in griglia di spiedini monotematici a piccoli pezzi come pollo, fegato, cuore, pelle di pollo, e “sedere” di gallina (davvero ottimo!) ai quali si aggiungono quelli alle verdure. Vengono poi serviti su un piattino quadrato o rettangolare con l’aggiunta di salsa teriyaki, o soia o/e sale depositato in un angolo su cui appoggiare il boccone prima di mangiarlo.

A volte, per pranzo ci piace addentare un Tonkatsu, che anche se sembra una parolaccia, in realtà si tratta di una cotoletta di maiale impanata e fritta, tagliata a strisce, depositata su un letto di riso bianco e ricoperta di salsa teriyaki, di soia o di curry. 

Altre volte, incece, ci piace consumare una sorta di frittatone che prende il nome di Okonomiyaki. Letteralmente okonomi = ciò che vuoi, yaki = alla griglia) è un piatto agrodolce giapponese che ricorda nella forma il pancake americano. Vi sono diverse varianti di questa pietanza, fra le quali si è distinta quella cucinata nella regione del Kansai, tanto che frequentemente l'okonomiyaki viene chiamato la "pizza di Osaka". L'impasto comprende, tra i vari ingredienti, fettine di foglie di verza, acqua, farina di grano e uova. Vengono aggiunti, a seconda dei gusti, carne, seppie, gamberetti, eccetera. Solitamente viene cucinato negli appositi ristoranti su una piastra calda chiamata teppan. Spesso tale piastra fa parte del tavolo dei commensali o del bancone e viene utilizzata per cucinare direttamente l'okonomiyaki o per mantenere caldo quello cotto nella cucina. Si cucina aiutandosi con delle spatole metalliche per non farlo attaccare al teppan e per tagliarlo quando è pronto.

Per chi ha nostalgia e non resiste all’astinenza da pasta, può optare per i Soba o gli Udon. Entrambe le possiamo chiamare due tipi di tagliatelle giapponesi.
I Soba sono fatti con farina di grano saraceno mentre gli Udon con farina di grano. Vengono serviti sia in brodo che con una salsa, e ne esistono centinaia di deliziose versioni. Si differenziano dai noodle che sono invece preparati con farina integrale di grano e sono l’ingrediente fondamentale dei ramen.
Un pasto tradizionale spesso si conclude con il riso bianco annegato in una tazza di tè (ochazuke), che ha un sapore primordiale, ma molto intenso.
 
Esiste poi tutta una gamma di prodotti da consumarsi durante la giornata. Dai tipici Takoyaki (palline di polpo in pastella) ai danko mollicci fatti di riso.

Non potendo elencarli tutti ci limitiamo a suggerirvi un bel fritto di pollo da passeggio che adoriamo consumare durante le nostre camminate sotto l’arcade dello shopping di Kyoto: la teramachi. L’alternativa a tavola è il karaage, pollo fritto con una pastella più consistente e un tantino di aglio che non guasta per chi ha la pressione alta come me. 











Oppure, d’estate, l’intramontabile granita kakigori al the verde o allo yuzu di cui andiamo matti. Ma di questo ne abbiamo già parlato in un altro post. Aggiungo solo che la granita nipponica è meglio consumarla da seduti, vista la dimensione. Il ghiaccio tritato finemente e il tè verde sono sicuramente un antidoto al grande caldo umido estivo.

Altro appuntamento fuori dai pasti, è la consumazione di un buon tè verde sbattuto con un dolcetto wagashi. Senza entrare a partecipare ad una vera e propria cerimonia del tè, in quasi tutti i templi è possibile sedersi e gustare un tè matcha accompagnato da un piccolo dolcetto di riso dai colori a volte fluorescenti, ma delicatissimo. Ogni luogo ha i suoi dolci tipici e anche il tè cambia da regione a regione. Se passate da Uji, a ½ ora da Kyoto assaggiate un matcha genmaicha con i chicchi di riso soffiato: imperdibile!


Insomma, ce n'è per tutti i gusti! Quindi quando siete in Giappone, non limitatevi a mangiare solo quello che conoscete, osate e aguzzate la vista. Se passeggiando tra le 
vetrine dei ristoranti e vi cade l’occhio su un piatto che vi sembra stuzzicante, prendetelo e vedrete che sarà speciale!!!

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