Io ho sempre scritto in stampatello e continuo attualmente a farlo anche se il digitare un testo al computer ci ha tolto gran parte del lavoro. Ora i caratteri belli li possiamo selezionare facilmente tra i fonts disponibili e scrivere è diventato quasi un gesto meccanico.
In Giappone, possiamo dire che lo shodō rappresenti un pò la bella ed elegante calligrafia, ovvero la via della scrittura (sho= scrittura, do= via). Una via che non consiste solo nello scrivere graziosamente ma rappresenta una vera e propria forma artistica. Il concetto di “DO”, nel corso del tempo è diventato la parola per descrivere un’attività artistica che permette, con costanza e impegno, di giungere ad un perfezionamento della tecnica, ma soprattutto ad una crescita interiore personale.
Questo elemento lo ritroviamo in tante forme artistiche giapponesi dove la locuzione “DO” sottolinea proprio il percorso che offre la possibilità di crescere sia esteriormente (nell’esatta esecuzione) che interiormente. Si pensi allo “ju-do”, al “ken-do” o allo “cha-do” la cerimonia del tè; tutte arti che prevedono un percorso mentale riflettivo per raggiungere la pace e l’armonia.
Così come i kanji arrivano dalla Cina, probabilmente lo sono anche lo shodo e tutti gli strumenti necessari. Ma in Giappone, come per le altre arti la personalizzazione e la standardizzazione ne trasformano lo spirito. La canonizzazione prevede tre tipi di scrittura:

il KAISHO= scrittura regolare degli ideogrammi inseriti in quadrati ideali, di uso quotidiano.
il GYOSHO= una sorta di semicorsivo che nasce dall’idea di semplificare il Kaisho e risulta una scrittura più veloce ed immediata
il SOSHO= (chiamato oggi Jincao) un corsivo con un ulteriore semplificazione e rapidità di scrittura quasi a liberare l’esasperazione nel tracciato dei caratteri

E' una disciplina artistica e morale che richiede un lungo apprendistato e un continuo esercizio. Basata sulla padronanza del tratto, l'immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa sul pennello dove non si accettano ritocchi o correzioni.

Niente a che vedere con la matita o la penna, il pennello va tenuto verticalmente in modo da avere piena libertà di movimento del braccio.

La carta su cui scrivere è fondamentale. I comuni fogli di carta bianca, da fotocopia, per intenderci, non sono idonei. Occorre una carta (kami) che assorba più o meno i liquidi, e in funzione del tipo di carta washi scelto si ottengono effetti differenti di sfumature, qualità e consistenza.
Tradizionalmente la washi è formata da fibre di diversi alberi, da canapa o da riso. Generalmente molto costosa viene realizzata anche con legno di importazione.


Ci sono poi una serie di “attrezzi” che aiutano l’artista durante la composizione. Per esempio i pesi, simili a dei righelli in ferro, sasso o altro materiale, servono ad impedire al foglio di muoversi durante l’esercizio di scrittura. Oggetti primitivi che col tempo sono diventati ornamentali e ricchi di decori. Senza pensare ai kit scolastici inclusi in comode valigette che contengono tutto il necessario per chi è alle primi armi.
Una volta presa dimestichezza con gli utensili, vi consigliamo di fare tante, tante, ma tante prove, magari su fogli di giornale in modo da riservare la preziosa carta per qualcosa di definitivo. Di seguito alcuni consigli da considerare mentre ci si accinge a questa disciplina. Ogni tratto si divide in tre momenti: “l’ingresso” ovvero l’atto in cui il pennello intinto entra in contatto con la carta, “lo svolgimento” composto da uno o più movimenti in funzione della grafia del kanji da realizzare, e “l’uscita” ovvero lo stacco del pennello.
Mentre osserviamo un maestro di calligrafia al tempio del grande Daubutsu di Nara, si ha l’impressione che ogni tratto abbia un preciso ordine composito e che venga indagato appieno dal calligrafo. Nulla anche se sembra naturale, è fatto a caso.
Il maestro prende il pennello in mano, medita qualche secondo ad occhi chiusi e parte con una leggerezza di movimenti che contrastano con l’effetto della scritta, e termina quasi con un sospiro depositando il pennello nell’apposito porta pennelli in porcellana. Si coglie come l’espressione artistica non sia solo quella di dipingere una scritta su di un foglio, ma quella di creare una connessione tra la rappresentazione dell’idea materiale che tutti vedono affascinati, e l’energia che vi viene impressa dal calligrafo. Lo shodo è un’arte espressione di se, non è un copiare un esercizio in bella calligrafia, ma ognuno esprime se stesso. L’importante è che l’energia interiore venga trasmessa all’oggetto fisico rappresentato dalla scritta.
Chi si cimenta in questa disciplina deve, secondo lo spirito Zen, aiutare le persone a raggiungere una migliore sintonia con la parte più profonda del loro essere. Tanto più' questa sintonia viene realizzata, tanto maggiore è la felicità' personale. Per conseguire questo risultato bisogna cercare di eliminare il proprio ego ed esercitarsi molto.
Un'arte antica, diversa da qualsiasi altro lavoro creativo. La differenza sta nel fatto che si focalizza su semplicità', bellezza e, soprattutto, sulla connessione mente-corpo.
Durante la scrittura il corpo deve essere il più libero possibile e deve partecipare interamente all’esecuzione; a tale scopo la posizione che si assume è molto importante.

Quando si eseguono calligrafie su fogli di piccole o medie dimensioni in genere si lavora al tavolo, seduti per terra (in “seiza” o a gambe incrociate), su una sedia, oppure stando in piedi.
Le calligrafie di grandi dimensioni vengono generalmente eseguite stando in piedi con il foglio posato su un tavolo o sul pavimento; è soprattutto in queste occasioni che interviene un’intera partecipazione del corpo nel gesto esecutivo.
L’arte di maneggiare il pennello è uno dei segreti della calligrafia; costituisce il sapere che si eredita dai propri maestri e verrà tramandato agli allievi. Non si tratta però di una conoscenza intellettuale, ma di una pratica costituita da un insieme di gesti e movimenti precisi.
Il primo esercizio con cui si confronta un principiante è la copiatura. Questa fase iniziale è fondamentale e serve a:
- apprendere la tecnica,
- prendere coscienza delle proprie caratteristiche,
- entrare nel ritmo esecutivo del modello, coglierne lo spirito per riprodurlo senza perdersi nell’imitazione.

L’esercizio di copiatura ( rinsho) si differenzia in livelli progressivi:
- (keirin) copia esatta di tratti, spazi, proporzioni, ritmi, ecc;
- (hairin) copia a memoria, cercando di rispettare la forma esteriore e lo stile del modello;
- (irin) copia finalizzata a rispettare le caratteristiche stilistiche di un modello piuttosto che la sua forma esteriore.
- All’esercizio di copiatura rinsho fa seguito uno stadio più avanzato e complesso che consiste nel:
- (hōsho), l’ applicazione di uno stile con caratteri diversi da quelli del modello.
Il filosofo giapponese Nishida Kitaro (1870-1945) riteneva che la vera creativita' non e' il prodotto della coscienza, ma piuttosto il "fenomeno della vita stessa". La vera creazione, deve risultare da una mu-shin, lo stato di "non mente", in cui non contano il pensiero, le emozioni, e le aspettative. La vera abilità' nella calligrafia Zen non e' il prodotto di una pratica intensa, ma si ottiene con lo stato della "non-mente", un elevato livello di spiritualità', e un cuore libero da disturbi.
Ci si deve concentrare intensamente e immedesimarsi con il significato dei caratteri che si creano. A tal fine, si deve liberare la mente e il cuore da ogni distrazione e concentrarsi solo sul significato del carattere.
Diventare una cosa sola con quello che si crea, questa in sostanza, e' la filosofia della calligrafia Zen.
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